Tra il censimento del 1951 e quello del 1961 l’indice della produzione industriale aumenta del 120% ,il reddito Nazionale del 78%,il prodotto netto dell’industria manifatturiera del 103% .Dietro le spalle un passato contadino ancora tenace e vitale e un presente in profonda trasformazione .In realtà questa schematizzazione andrebbe chiarita, L’Italia era un Paese Agricolo -Industriale, ciò che sembra più colpire è forse proprio il mondo contadino che sino a quel periodo conviveva con una realtà moderna in modo forse meno drammatico e appariscente. La stessa realtà urbana e industriale veniva trasformata profondamente con elementi tipici della seconda rivoluzione industriale .I mutamenti di quegli anni furono inoltre antropologici quasi epocali per il nostro Paese,non paragonabili a nessuna trasformazione precedente e successiva. Insomma il Computer e la tv con schermo piatto non sono paragonabili all’impatto delle prime tv e automobili di massa. Ciò ha portato anche a mitizzare l’Italia prima del boom ,deve essere chiaro che la Rivoluzione industriale è fenomeno nato a metà del 700 in Europa con scansioni temporali ovviamente diverse tra Paese e Paese, nell’Immaginario collettivo sembra essere sempre esistito un modo povero e arretrato prevalentemente contadino prima dell’ultima ondata di ‘’Modernità’’ consumistica che viene confusa con cambiamenti strutturali che nel caso del Boom economico trasformarono L’Italia da Paese Agricolo-Industriale in Paese Industriale -Agricolo. Ricordiamo che esiste anche una Agricoltura moderna ,capitalistica e industriale ,presente nel nostro Paese solo parzialmente in alcune zone.

L’Aumento della domanda di lavoro nel settore industriale e in quello terziario fanno calare la popolazione agricola ,che passa dagli 8,6 milioni di unità del 1951 ai 6,2 milioni del 1961. La popolazione agricola perde in media settantamila famiglia all’anno ed è la principale protagonista della grande ondata migratoria che ridisegna la società italiana .

Il 30% degli italiani cambia in questi anni la propria residenza anagrafica ,un vero e proprio esodo il popolo contadino esce definitivamente dal ghetto secolare,la popolazione agricola passa dagli 8,6 milioni di unità del 1951 ai 6,2 milioni del 1961.Come in altri Paesi dietro la crescita economica vi è mobilità ,spostamento,emigrazione non staticità,Oggi l'immagine che viene data è quella che segue sempre lo stesso schema ,alla mobilità,al cambiamento,di oggi si contrappone una fantomatica stabilità, sicurezza sul lavoro di una volta. Dietro il boom abbiamo quindi tipici fenomeni industriali di mobilità,dalla campagna alla città,entro la stessa regione,movimenti interregionali e entro la stessa città o provincia.Il boom garantiva però in alcuni settori un trend di crescita per un periodo piuttosto lungo di anni ,in questi casi si venne a creare una certa stabilità economica anche grazie alle lotte sindacali dei lavoratori.

Se nel 1951 l’agricoltura aveva contribuito al PIL del settore privato per il 23,5% e nel 1963 per il 15,7%, l’industria, negli stessi anni, era passata dal 33,7% al 43,5%, il terziario dal 42,8% al 40,5%. Il numero degli occupati per settore evidenzia lo spostamento verso il nuovo settore divenuto trainante: nel 1961 gli occupati dell’industria erano il 38% del totale della popolazione attiva mentre quelli del terziario costituivano il 32%. I lavoratori nel settore agricolo erano invece passati dal 42% dal 1951 al 30% della forza lavoro nel 1961.

L’esportazione svolse il ruolo trainante nell’espansione con un incremento del 14,55% annuo; questa via sembrò già decisa con la liberalizzazione dei mercati e nel 1957 si firmò il Trattato di Roma (la percentuale di merci che l’Italia destinò alla CEE sul totale nazionale del prodotto crebbe dal 23% del 1953 al 29,8% del 1960.

La media di crescita del nostro paese dal 1958 al 1963 raggiunse il 6,3%; percentuale mai più raggiunta sino ad oggi , inoltre, nel medesimo periodo, la produzione industriale risultò più che raddoppiata con alla testa l’industria metalmeccanica e petrolchimica. Il reddito per abitante raddoppiò quasi passando da 577 dollari USA nel 1952 a 970 nel 1963; anche la disoccupazione scese in modo inaspettato sotto la soglia, detta “frizionale”, del 3% nel 1962, segnando così in pratica il raggiungimento della piena occupazione

Grazie al poderoso e inusitato sviluppo l’Italia riuscì in pochi anni a ridurre il divario storico con i paesi a più vecchia industrializzazione come l’Inghilterra e la Francia. La fabbricazione di autoveicoli dal 1959 al 1963 quintuplicò, salendo da 148 mila a 760 mila unità. In questo periodo, i frigoriferi passarono da 370 mila a un milione e mezzo, i televisori, che nel 1954 non erano più di 88 mila, salirono a 643 mila.

Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio del nuovo decennio il consumo degli elettrodomestici (televisori e frigoriferi) crebbe di circa il 40%. Lo sviluppo fu caratterizzato anche dalla diffusione delle auto, che passarono dal milione del 1956 ai cinque e mezzo del 1965, e delle autostrade, grazie alla campagna di opere pubbliche avviata dallo Stato indirizzate ad ampliare il chilometraggio autostradale. Inoltre, grazie al progredire del settore dell’edilizia e delle cooperative edili (che edificarono abitazioni e vani a ritmi intensi), anche la costruzione e il mercato delle case di proprietà registrarono un sensibile progresso

. Verso la metà del decennio procedente l’Italia non poteva certo essere definita un paese opulento, infatti il più delle famiglie aveva un reddito inferiore a quello degli altri paesi industrializzati (un quinto di quello tedesco) e la maggior parte di questo era utilizzato per gli alimenti. Inoltre circa un quarto delle case italiane era prive di acqua, luce, gas e bagni, cioè di quelli che negli altri paesi erano ritenuti come servizi base.Tra il 1951 e il 1974 l'esodo fu impressionante: 4,2 milioni di meridionali (su un totale di 18 milioni) emigrò nel Nord-Italia. L'esodo più massiccio ebbe luogo proprio tra il 1955 e il 1963. (Al computo vanno aggiunti, nello stesso periodo, più di 550.000 italiani, per quasi tre quarti meridionali, emigrati nel Nord Europa, in particolare in Germania).

Una città non certo cosmopolita come Torino, su cui già convergevano i flussi di lavoratori provenienti dalla campagna depressa piemontese, assorbì una così alta percentuale di immigrazione (dal 1951 al 1967 passò da 719.000 a 1.125.000 abitanti) da diventare la terza città "meridionale" d'Italia dopo Napoli e Palermo, con tutti i problemi di integrazione che si possono immaginare. Se è possibile trovare un risvolto positivo in questo immane sradicamento dalle proprie radici, esso forse consiste nella formazione di un patrimonio culturale comune, di un minimo di senso di identità nazionale  al di là della appartenenza locale e del proprio dialetto. 

 

G.Crainz, Storia del miracolo italiano,Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta

P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopo guerra ad oggi. Società e Politica, cit. p. 289 e A. Augusto Graziani, L’economia Italiana dal 1945 ad oggi, Bologna, Il Mulino, 1972, p. 25.

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