Articolo di Lucio Mastronardi dopo il successo del Romanzo Il Maestro di....

comparso su «Paese Sera» il 28 ottobre 1962. Pur nella forma di articolo che si vuol riferire alle reazioni di Vigevano alla improvvisa notorietà di  Mastronardi, il pezzo presenta la costruzione e la forza parodica dei suoi racconti migliori. (tratto da http://www.rifondazionevigevano.it/mastronardi-la-vigevano-degli-anni-60)

 

Avevo Vigevano ai miei piedi

 

Tutto mi andava bene: persino i preti di Vigevano mi hanno trattato con riguardo. Il nostro clero è severissimo. Una volta bandirono un concorso per organista in duomo. Ci partecipò anche Perosi. Bocciato. L’Araldo, il loro giornaletto settimanale pubblica sempre una lettera aperta a qualche potente della terra: illustre signor Krusciov; illustre signor Kennedy; caro generale Franco… o a personaggi meno importanti, come attori o attrici che hanno sulla coscienza divorzi e figli: signora Ingrid; signora Liz; signora Brigitte… Da leggersi con attenzione, sta scritto sopra i nomi del destinatario di turno.

Non avrei mai pensato che sulla prima pagina, fra una lettera di consigli-ordini, a De Gaulle, e una suonata al cardinale Larraona, ci figurassi anch’io in mezzo. Non contenti, nell’articolo dedicatomi, hanno fatto un confronto fra i Mombelli e i Malavoglia. Sì, d’accordo, ma Giovanni Verga è una altra cosa. Tante grazie. La seconda terza quarta pagina del nostro osservatore, è un condensato di terribili cronache dell’oltre cortina. Figli comunisti che sventrano madri cattoliche. Donne comuniste che recidono orecchie e altri organi anche più importanti, ai loro uomini, poveri cristiani. Fra le cronache di Budapest, Varsavia, Mosca, Pechino e loro dintorni, ci figurava anche Vigevano con me. La mia figura balzava d’uno splendore accecante, fra tutto quel nero.

L’altro giornale, L’Informatore, anche lui m’ha dedicato un articolo di prima pagina, con fotografia: mentre bacio mia madre, ho commosso Vigevano fino alle lacrime.

Tutte le porte mi sono state aperte; persino quelle dello Sport Club, il ritrovo degli industriali (pare si offendano essere chiamati industrialotti). Un padrone m’ha festeggiato con un indimenticabile parlato a metafora.

E che dire del Cine Club Vigevano? Il presidente, un industriale-regista, ha conversato con me di letteratura. Di Giovanni Mosca, suo scrittore preferito. Mi ha confidato le sue delusioni e soddisfazioni. Il suo film «Il moscone» tratto da un racconto di Mosca, c’era da aspettarselo, non ha vinto il Festival di Montecatini. Però lui ha avuto la soddisfazione di avere insegnato ai registi di professione, la tecnica e l’uso dello zum. Vigevano è fatta di gente che ha niente da imparare e tutto da insegnare. I pochi, fra i quali con tutta umiltà mi ci metto anch’io, che hanno niente da insegnare e tutto da imparare, li hanno confinati nelle scuole a fare gli insegnanti di mestiere.

E com’ero salutato. A Vigevano il saluto ha un rito particolare. La gente cammina a testa bassa, e riconosce il suo prossimo il suo prossimo dalle scarpe. Mica dicono: buongiorno, buonasera, e altre formule convenzionali, macché. Alzano lo sguardo e salutano: «Vitello!»; «Mezzo vitello!»; «Spalla!»; «Scamosciato!». Il saluto è accompagnato da un sorriso aderente al valore delle scarpe. Se uno porta le scarpe scamosciate, o di culatta (che dalla smorfia che fanno, deve essere davvero una pelle volgare) si sente guardato in modo strano: un occhio ti fissa disgustato; l’altro comprensivo. Da Roma ho portato un paio di scarpe di struzzo. Così, prima mi fissavano le scarpe con stupore, poi la faccia con interrogativa meraviglia. «Struzzo!? – salutavano – Struzzo?». Avevo Vigevano ai miei piedi.

Ho conquistato persino le famiglie piccolo-borghesi dei miei scolari. Se prima mi azzardavo a dargli qualche sei, o anche qualche sette, al lavoro dei loro figli, mi piombavano là, a chiedere spiegazioni. E mi guardavano come Ghiani guarda Fenaroli. «Mi spieghi perché gli ha dato questo voto!»; «Nella famiglia mia e di mia moglie non è mai successo!»; «Attraverso il figlio vuol colpire noi!»; «Stia attento a quello che fa!». Poi, per mitigare l’impressione, tiravano fuori qualche pacchetto di esportazioni, e dicevano ai figli: «Facciamolo fumare!».

Fumo passato. Adesso i miei sette, i sei, persino i cinque, sono meritatissimi. Mi guardano come i malati guardano il medico curante. «A Natale il resto!».

Un industriale stava prospettandomi  una ricca offerta di lavoro. Mi voleva affidare la direzione del suo ufficio di pubblicità. Lo stavo ascoltando felice. S’intromise un mio amico, e prese a parlarmi di Cante da Gubbio, giudice di Firenze, che ha condannato Dante per baratteria. «Se Dante entrava nel territorio di Firenze, l’avrebbero arrestato e imprigionato!».

Cominciava a mancarmi il fiato.

«Dante, quello dell’Olio Dante?» domandò l’industriale.

«Dante, quello della Via Dante!» spiegò il mio amico.

Mi hanno ammazzato.

Lucio Mastronardi