L'Inchiesta sui minatori della Maremma di Bianciardi e Cassola -oggi come ieri i morti sul lavoro

 

Il libro scritto dopo l' esplosione in cui morirono quarantatrè uomini. Un esempio di impegno civile e la testimonianza su un' Italia perduta

La vita agra dei minatori di Maremma. Torna l' inchiesta di Bianciardi e Cassola

«Fra le 8,35 e le 8,45 del 4 maggio 1954, nella sezione Camorra della miniera di Ribolla, si verificò uno scoppio di grisou . Era stata un' esplosione spaventosa: avevano visto una gran nube di fumo uscire dalla bocca del pozzo, un boato sordo». Così Luciano Bianciardi (1922-1971) e Carlo Cassola (1917-1987) scrivevano nel loro libro-inchiesta I minatori della Maremma appena ripubblicato (la prima edizione era stata nel 1956), per volontà della figlia di Bianciardi, Luciana. Un ritorno che giunge proprio in occasione del cinquantenario della tragedia del pozzo di Camorra dove quarantatrè furono i morti («tutte le salme che venivano estratte dal fondo della miniera, venivano portate in un' autorimessa»). Ribolla era, allora, «un villaggio sperduto in una breve pianura ondulata sotto le colline di Montemassi e di Roccastrada» (nella provincia di Grosseto). Oggi è un piccolo frammento di una terra sempre più votata al turismo, ma resta ancora «un crocevia di tante storie»: storie di operai e di padroni, di lavoro e di lotta che sembrano costantemente riportare a quel 4 maggio 1954. A trasformare Ribolla in un simbolo è stato anche questo libro firmato a quattro mani dagli autori della Vita agra e del Taglio del bosco, due scrittori che la Maremma l' avevano conosciuta bene. E che non fecero qui solo letteratura ma «indagine», un' indagine sociale e umana sui minatori maremmani e sulla loro drammatica situazione in quegli anni Cinquanta. Con parole secche, Bianciardi e Cassola ripercorrono così «le tappe della colonizzazione della Maremma, la comparsa delle prime società minerarie, l' inizio dello sfruttamento razionale dei giacimenti, lo sgretolamento dell' economia tradizionale agricola, la nascita dei primi villaggi operai». Puntando il dito, in particolare, sugli effetti negativi di quella colonizzazione come la perdita di una identità cultura definita. E la loro indagine arriva a una conclusione amara che, all' epoca, fece molto scalpore: quella tragedia (la miniera di Ribolla verrà chiusa nel 1959) «non fu dovuta a fatalità ma a consapevoli inadempienze», in quel caso imputabili alla proprietà d' allora, la Montecatini. Responsabilità confermata dalla relazione della stessa commissione d' inchiesta nominata all' indomani dello «scoppio». Ma se c' è qualcosa di particolarmente toccante in questa inchiesta a quattro mani è forse la bellissima lista dei «personaggi» che compare alla fine (prima di un altrettanto toccante album fotografico costellato di tanti uomini di galleria). Una elenco di minatori che sembrano usciti da un romanzo di Bianciardi o di Cassola. Come Belli Dino: «Le tappe della vita di quest' uomo sono le assunzioni al lavoro che egli ricorda con precisione, la chiamata alle armi e del congedo e quella del grave infortunio che lo ha reso inabile ai lavori pesanti». O come Sabatino Angiolini: «Capeggiò la squadra di soccorso che giunse alla miniera di Ribolla, poco dopo l' esplosione. Un fotografo lo ritrasse all' uscita del pozzo Camorra: la sua faccia, magra, affilata, pallida, segnata dalla fatica e dall' angoscia comparve su tutti i giornali, diventando il simbolo di quella tragedia». Stefano Bucci Il libro: Luciano Bianciardi e Carlo Cassola, «I minatori della Maremma», ExCogita editore, pagine 194, euro 13,50

Bucci Stefano

http://archiviostorico.corriere.it/2004/maggio/14/vita_agra_dei_minatori_Maremma_co_9_040514099.shtml