Trentacinque millimetri di storia

La "Memoria dei campi", una mostra Fotografica a Reggio Emilia e un volume edito da Contrasto
MATILDE HOCHKOFLER -27 Gennaio 2002- da ''IL Manifesto'

I più di mille lager, sorti dal 1933 dopo Dachau, costituiscono un immenso e tetro paesaggio di filo spinato che attraversa la Germania e l'Europa. Nei giorni della liberazione si spalanca davanti a Lee Miller, Margaret Bourke-White, George Rodger, Eric Schwab, Germaine Krull, fotografi arrivati al seguito dei militari, il baratro dell'orrore. Le immagini dei campi, viste e riviste più volte, tendono a essere rimosse, per riapparire all'improvviso nella nostra memoria in una specie di ritorno allucinatorio, come dice Lacan, che avviene per tutto ciò su cui non è stato possibile operare un giudizio di realtà. Ma se la scoperta del dopo è tanto sconvolgente, ancora più agghiaccianti appaiono le immagini, rarissime, scattate clandestinamente dai deportati nel momento stesso in cui l'olocausto si compie.
Nell'estate del 1944 l'orrore del campo di Birkenau è al suo apice. Vengono uccise più di ventimila persone al giorno. La resistenza polacca all'interno del campo decide di fissare con immagini quegli "istanti di criminale demenza". Con un apparecchio fotografico rubato dal magazzino degli oggetti tolti ai prigionieri al loro arrivo, un membro del Sonderkommando - il gruppo speciale di detenuti cinicamente incaricati di gestire lo sterminio di massa - sale sul tetto di una delle camere a gas: il tetto è stato danneggiato proprio perché una squadra di operai venga mandata a ripararlo. Nascosto tra i compagni riesce a fotografare prima di sbieco, poi correggendo l'angolazione della macchina che non può portare agli occhi, un folto gruppo di donne vicino al crematorio V. Sono quattro piccole immagini ingiallite, irreali nella loro crudezza. Rubate ai carnefici, sono consegnate per sempre alla storia. Le donne nude sotto gli alberi si avviano alla camera a gas. Poi, dall'interno della stessa camera, il fotografo riprende i corpi ammassati per terra mentre vengono bruciati all'aperto dagli stessi compagni di prigionia. Le scene sono viste in lontananza, delimitate come da un passe-partout nero, hanno la concretezza di un incubo da cui è impossibile svegliarsi.
Memoria dei campi, il volume di grande formato ricchissimo di foto, documenti, interventi di storici e studiosi, a cura di Clément Cheroux, è edito in Italia da Contrasto in occasione della mostra a Palazzo Magnani di Reggio Emilia fino al 10 marzo. Frutto della collaborazione tra archivi, musei, gallerie, agenzie, collezionisti e fotografi francesi, tedeschi, statunitensi, belgi, inglesi, israeliani, porta alla luce per la prima volta immagini che non dovevano essere conosciute da nessuno perché gli stessi carnefici, consapevoli dell'enormità delle loro azioni, ne facevano cancellare immediatamente le tracce, insieme alle fotografie dei reporter di guerra e a quelle più recenti dei fotografi di oggi che riattraversano la soglia dell'orrore in inediti sopralluoghi che ripropongono lo scenario dello sterminio. Il significato profondo di Memoria dei campi non riguarda soltanto la presentazione di documenti fondamentali di cui compie un'analisi incisiva, ma l'appassionata precisione filologica con cui ripercorre il processo del loro recupero e della loro conservazione.
Le prime immagini dei campi vengono divulgate negli anni '30 dagli stessi nazisti con servizi rassicuranti sui prigionieri al lavoro in falegnameria, a torso nudo in pause distensive, impegnati in esercizi ginnici, curati in una linda infermeria. Le illustrazioni che corredano l'articolo del 1934 su The Illustrated London News provengono da un anonimo giornalista, il primo autorizzato a scattare fotografie a Dachau, ma in realtà dai servizi di propaganda del Reich. Non sono molto diverse da quelle di Friedrich Franz Bauer, esponente delle SS, autore di "La verità su Dachau", apparso con altri servizi l'anno precedente sul Münchner Illustrierte Presse.
Ossessionati dalla classificazione, dalla fisiognomica, dagli esperimenti su uomini usati come cavie, i nazisti non si accontentano di propagandare i loro campi di "rieducazione", ma immortalano con raro cinismo quella che nel delirio di una ideologia aberrante fanno passare per scienza. Sono migliaia le foto del servizio di identificazione in cui i detenuti di profilo, di fronte, di un quarto, con il capo appoggiato a sostegni metallici di misurazione sono classificati come "zingaro", "ebreo", "politico russo", "criminale di professione ceco", "politica polacca", "asociale russo". A monte della tragedia storica dei campi c'è il percorso della scienza della razza che, attraverso un'antropologia deviata e di comodo, ha elaborato le premesse pseudo-scientifiche della prossima eliminazione fisica dei diversi, allontanati dal corpo sociale del paese e parcheggiati in attesa della soluzione finale, che si è abbattuta, inesorabile, su milioni di persone.
In nessun altro momento della storia la fotografia conferma fino in fondo il suo compito di testimone. Se l'attendibilità assoluta del reperto, del documento incontestabile la rendono un mezzo insostituibile di documentazione, è muta come sono muti i sopravvissuti che non sembrano avere più nulla da dire oltre al fatto di esserci. Ma come scrive Jean-Luc Godard: "Seppur rigato a morte, un semplice rettangolo di trentacinque millimetri, salva l'onore di tutto il reale".

n.b. pubblichiamo solo a fini didattici e divulgativi

Margaret Bourke-White