ARLECCHINO            

 
Una maschera nera con un bitorzoletto in fronte, un berretto in testa e l'inconfondibile abito multicolori .Alla cintura porta infilato il "batocio" (bastone) e la "scarsela" (borsa), sempre vuota. Sul viso una mezza maschera nera e sulla testa un grande cappello.. 

Arlecchino, il servo tonto e anche un poco ingenuo conosciuto in tutto il mondo,è la maschera più nota della Commedia dell'Arte. 

Di probabile origine francese (Herlequin o Hallequin era il personaggio del demone nella tradizione delle favole francesi medievali), nel Cinque-Seicento divenne maschera dei Comici dell'Arte, con il ruolo del Secondo Zani(in bergamasco è il diminutivo di Giovanni) il servo furbo e sciocco, ladro, bugiardo e imbroglione, in perenne conflitto col padrone e costantemente preoccupato di racimolare il denaro per placare il suo insaziabile appetito.

Secondo la tradizione, verso il 1356 un gentiluomo francese, tale conte di Lovence, fuggì dal suo paese e si ritirò in Val Brembana portando con sé un domestico beone e un po' ingordo. Sorpreso un giorno a rubare, il servo fu bastonato e condannato ad aggirarsi per i paesi vicini in dorso ad un asino, vestito di toppe di vario colore, per meglio esporsi al pubblico ludibrio. Tale fu la curiosità e il divertimento del popolo che l'anno successivo alcuni giovanotti un po' ubriachi vollero mascherarsi come lui. Ma questa è solo una delle tante ipotesi sull'origine della maschera di Arlecchino. Una, la più bislacca, collega il suo nome addirittura alla raffigurazione del demonio, risulta un po' difficile scorgere nelle sembianze di questo zanni tonto e un po' ingenuo un'anima posseduta dal demonio. Anche se in effetti la protuberanza nera che ostenta sulla fronte sembra proprio ricordare le corna del diavolo.

E poi Dante parla di un diavolo di nome Alichino, incontrato nella quinta bolgia dell'ottavo cerchio dell'inferno ma anche molte rappresentazioni di buffoni mascherati dell'alto madiovevo sono un poco ''infernali'', ricordiamo che esiste anche una tradizione popolare di diavolo o diavoletto comico o di ''povero diavolo''

Sia come sia, malgrado molti studiosi nei secoli abbiano cercato di risalire all'etimologia del nome della celebre maschera rintracciandola in Francia, in Germania o in Inghilterra, tutti concordano che l'anima di Arlecchino è italiana. 

Di più, Arlecchino è di Bergamo, anche quando parla altre lingue. Italiano era del resto il primo Arlecchino tramandato alla storia, Tristano Martinelli, attore richiestissimo alla fine del '500, ben introdotto presso i Gonzaga e molto amato da Maria de' Medici. Le radici del personaggio di Arlecchino si ritrovano, profonde, nella tradizione bergamasca degli zanni, personaggi comici tutti ghigne e smorfie, piroette e capriole, che solitamente facevano i servitori e si esprimevano in una specie di bergamasco internazionale.      

la leggenda....rapporto con Venezia...

Sulla sponda destra del fiume Brembo, non lontano da San Giovanni Bianco nel piccolo paese di Olera, sorge una antica costruzione medioevale che non meriterebbe menzione se non fosse che la tradizione vuole sia la casa di Arlecchino.
All'esterno dell'antico edificio in pietra, a fianco della scala di accesso, si scorge ancora qualche traccia di un affresco raffigurante la celebre maschera multicolore. 

In calce all'affresco, un scritta recita: "Chi non è de chortesia/non entraghe in chasa mia. /Se ne viene un poltron / Ghe darò del me baston." Affreschi che  che attualmente dovrebero essere visibili presso la Canonica e la Chiesa Parrocchiale di S.Giovanni B. 
L'edificio apparteneva ai Grataroli, una delle famiglie piu' potenti della Valle. 

E qui si innesta il riferimento ad Arlecchino; questa maschera vestiva i panni del servo balordo e  opportunista, quale erano nella realta' i valligiani brembani dediti nella citta' lagunare a lavori umili e faticosi. Gli stessi Grataroli stabilitisi a Venezia avevano al loro seguito servitori Brembani 

Forse accadde che uno di tali servi, portato all'arte comica,abbia buffonescamente rappresentato sulla scena il ruolo da lui stesso ricoperto nella realta' quotidiana. 

Il ruolo iniziale si arricchi' di forme e contenuti,favorendo l'imporsi del personaggio Arlecchino, colorito di licenziosa e pungente comicita' che veniva apprezzata in quanto non oltraggiava l'orgoglio Veneziano, ma prendeva di mira il tipo del servitore Bergamasco,costretto ad aguzzare l'ingegno per questioni di soppravvivenza.

L'ipotesi non è poi così' peregrina, se si pensa che nella seconda metà del cinquecento fu proprio un Bergamasco, Alberto Ganassa che, dopo i brillanti esordi presso le corti dei Gonzaga ed egli Estensi, vestì i panni di Arlecchino nientemeno che davanti ai Sovrani di Francia e di Spagna.

   Arlecchino inglese sec.17.mo   col bastone-Batacchio

                                                                        che arriva sino ad Hollywood!

Col passare del tempo il carattere del personaggio andò raffinandosi: 

l'aspro dialetto bergamasco lasciò il posto al più dolce veneziano, l'originaria calzamaglia rattoppata divenne via via un abito multicolore col caratteristico e ricercato motivo a losanghe, ingentilirono gli originari lineamenti demonici della maschera nera, così come la mimica e la gestualità.
Il suo vestito era dapprima tutto bianco, come quello di Pulcinella, suo degno compare. 

Col tempo a furia di rattoppi con pezzi di stoffa di ogni genere, é diventato quello che oggi tutti conosciamo; un variopinto abito composto da un corto giubbetto e da un paio di pantaloni attillati, entrambi a losanghe e triangoli di tutti i colori. Arlecchino ha un carattere stravagante e scapestrato. Ne combina di tutte, inventa imbrogli e burle a spese dei padroni avidi e taccagni dei quali é a servizio, ma non gliene va bene una. Intendiamoci Arlecchino non é uno stupido; magari è un ingenuo, talvolta forse un po' sciocco, ma ricco di fantasia e immaginazione. In quanto a lavorare nemmeno a parlarne; fra Arlecchino ed il lavoro c'é una profonda incompatibilità. 

Però fa lavorare la lingua e molto. I suoi lazzi, le sue battute, le sue ingenue spiritosaggini, fanno ridere a crepapelle tutti quanti. Quando poi non sa come cavarsi da un impaccio o a liberarsi da un guaio, Arlecchino diventa un abile maestro nel far funzionare le gambe; capriole, piroette e salti acrobatici. Vivace, scanzonato, pieno di brio e di trovate, Arlecchino è maschera simpatica. Ancora oggi, dai palcoscenici dei teatri o nel mezzo di una festa di Carnevale, incanta e diverte il pubblico dei bambini e dei non più bambini-La sua comicità nasce dalla colorita mimica,(particolarmente sviluppata in Inghilterra) dalla parlata dura e incomprensibile, dalla facilità senza eguali con cui si mette nei guai. rappresenta il simbolo di colui che si adatta a qualunque situazione ed è disposto a servire chiunque, pur di ricavarne dei vantaggi. .eppure non è opportunista -maschera complessa definita e reinterpretata continuamente ricordiamo che con Goldoni parla veneziano

Arlecchino è uno che vede i problemi piombargli addosso ma che non si perde d'animo e, alla fine, riesce sempre a "venirne fuori", a cavarsela. Forse proprio per questo in lui si sono identificati generazioni e generazioni di italiani e, ancora oggi, alla decadenza delle maschere, Arlecchino sopravvive nella memoria e nella coscienza popolare con la forza di sempre. Un dei pochi nomi universalmente ritenuti sinonimo di teatro anche da chi il teatro non sa cosa sia.Variazioni fin dal 600 di questa maschera li troviamo in tutta Europa 

Nel corso del Settecento Arlecchino divenne oggetto di svariate interpretazioni ad opera di diversi autori, fra cui Carlo Goldoni, che rivestì il personaggio di un carattere sempre più realistico.

I più grandi interpreti che vestirono l'abito multicolore, furono Tristano Martinelli (m. 1630), Domenico Biancolelli (1646-1688), Angelo Costantini(1654-1729), Evaristo Gherardi (1663-1700), Marcello Moretti (1910-1962) e ai giorni nostri Ferruccio Soleri.

    arlecchino sec.17.mo

    Ferruccio Soleri Arlecchino oggi